L’Avv. Ludovico Bin sul caso Eternit

L’Avv. Ludovico Bin al seminario dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia – corso di diritto penale del lavoro – sul «caso Eternit».

Il caso Eternit, pur non essendo l’unica, rappresenta, per dimensioni e simbolismo,  la principale vicenda giudiziaria in tema di morti da amianto in Italia.

Il notissimo procedimento torinese, conclusosi con un clamoroso proscioglimento dell’unico imputato, lo svizzero Schimdheiny (l’altro, de Cartier, era morto nelle more del giudizio d’Appello), per intervenuta prescrizione, aveva ad oggetto i fatti avvenuti in quattro stabilimenti di proprietà della Eternit SpA.

Dal punto di vista strettamente giuridico, la vicenda aveva segnato la nascita di un nuovo modello di imputazione per i fatti collegati alle malattie professionali da sostanze tossiche, sulla scia delle difficoltà di accertamento di causalità e colpa tipiche della classica strategia accusatoria basata su omicidio e lesioni colpose. I precedenti processi sulle morti da amianto, così come il noto caso di Porto Marghera (ove le sostanze tossiche erano CVM e PVC), avevano infatti presentato notevoli difficoltà soprattutto nella prova del nesso di causalità tra esposizione alle sostanze ed insorgenza delle patologie, poiché molte di esse potevano essere state prodotte da altri fattori, quali il fumo di tabacco, soprattutto considerando i lunghi tempi di latenza propri di tali patologie. La Procura piemontese aveva dunque preferito adottare una strategia diversa, lasciando da parte i reati contro l’incolumità individuale ed utilizzando il cd. disastro innominato (art. 434.2 c.p.), nella forma del disastro ambientale (consumato): un reato, cioè, che richiede l’accertamento “facilitato” di una situazione di pericolo per l’incolumità pubblica a prescindere dall’effettività del danno, e dunque, al prezzo di una pena inferiore, esonera l’accusa dalle difficili prove del nesso di causalità tra esposizione e singole morti. Tale strategia, come detto, non ha avuto fortuna nel caso di specie: la verificazione del disastro, infatti, quale momento in cui inizia a decorrere la prescrizione, è stato collocato dalla Cassazione nel momento in cui le attività produttive degli stabilimenti in cui l’amianto era stato lavorato furono chiusi, cioè nel 1986, mentre per i giudici di primo e secondo grado tale disastro sarebbe stato ancora in corso e dunque il tempo necessario a prescrivere non sarebbe ancora neppure iniziato.

Sbarrata questa strada, la Procura è tornata su quella maestra: l’imputato è attualmente sotto procedimento per omicidio e lesioni colpose. Rimane un modello accusatorio che, al di là dei problemi legati alla prescrizione, sembra funzionare: tanto che esso è stato adottato anche nel processo ILVA attualmente pendente.

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